L’ex centrocampista della Roma Edoardo Bove, ha parlato al Festival dello Sport di Trento, toccando argomenti interessanti tra cui anche il suo infortunio.
Le parole di Edoardo Bove
Cosa ricordi di quel momento in cui sei caduto in campo?
“Non ricordo nulla di quel momento, mi sono svegliato in ospedale senza ricordi. Sono dovuto stare lontano dal campo per un po’ e allora ho dovuto trovare cose da fare, come per esempio il documentario sulla mia vita (che uscirà a breve, ndr): davanti alla telecamera ho tirato fuori le mie emozioni, per uno introverso come me è stato più facile che parlare con la mia famiglia.
Non voglio essere un modello, ho dato il permesso alle telecamere di entrare nella mia vita privata è solo per far vedere che difficoltà può vivere un ragazzo”.
E poi?
“Quanto successo in quell’1 dicembre mi ha aiutato ad avvicinarmi a un argomento che non conoscevo, quello del primo soccorso. Sono stato a convegni, riunioni di associazioni che fanno parte del primo soccorso. Volevo fare qualcosa per aiutare. Essendo stato colpito in prima persona.
Ho avuto testimonianze di familiari che hanno perso persone per un mancato pronto intervento. È un argomento sensibile che devi conoscere bene perché se non si interviene nei primi minuti poi la situazione diventa irreparabile”.
Cosa si prova a essere un calciatore senza il calcio?
“La sensazione è simile a quella di una grande perdita. Per cause esterne sei costretto ad affrontare la vita in modo diverso. In questo è importante come reagiamo. Possiamo fare quello che vogliamo. Il calcio in quel momento era tutto per me. Ora sono arrivaro all’idea che il calcio è la mia più grande passione ma c’è anche tanto altro.
Nei primi momenti mi dava fastidio vedere le partite, i bambini che giocavano. C’è stato un piccolo rifiuto all’inizio, mi sono dato al tennis. Poi sono tornato al calcio, la mia più grande passione”.
Un calciatore ha un sacco di tempo libero a disposizione: tu come lo riempi?
“Bella domanda, io cerco di essere molto attivo. Io ho coltivato passioni come fotografia e moda. Avere tempo da gestire è una grandissima fortuna, ma la verità è che è stata una cosa comunque non banale da valutare”.
Quando hai capito che potevi davvero tornare a fare il calciatore?
“L’ho capito tramite i controlli medici, ma la verità è che non è stata una cosa lineare. Ne ho fatte davvero tante e con responsi diversi, non è stato facile gestire le emozioni in questo periodo. Un giorno potevo tornare a giocare, il giorno dopo no”.
Il regolamento in Italia non ti permette di giocare: come l’hai presa quando l’hai saputo?
“Per me era molto importante giocare in Italia, ma quando mi hanno levato il calcio il mo obiettivo è diventato solamente tornare a giocare, non importava più dove o quando.
Ci tengo a sottolineare che non è che in Inghilterra non ci siano controlli: passa un po’ questo messaggio, ma ho fatto tanti controlli anche lì, solo che lì il regolamento permette di giocare e sono contento di essere tornato. L’orecchio sull’Italia comunque lo tengo sempre”.
Sensazioni quando sei tornato in campo?
“Già la presentazione è stato un momento bellissimo, il rientro in campo la chiusura del cerchio. Nella mia testa pensavo: ok, ce l’ho fatta, ora possiamo andare avanti, ma concentrati e con voglia di lavorare ai massimi livelli”.
Vivi nello stesso palazzo di Calafiori.

“Incredibile considerando che Londra è immensa, ma per destino siamo finiti vicini di casa. Avere una persona e un amico così vicino e presente nella mia vita mi ha aiutato molto anche a integrarmi, sono sempre stato affezionato a Londra, ma lui mi ha dato una grande mano”.
Il consiglio migliore che mi ha dato?
“Non mangiare italiano a Londra (ride, n.d.r.). A parte pochi posti, è tutto finto!”.
Come hai pensato l’esultanza per il tuo primo gol dopo il rientro?
“Ho avuto un anno e mezzo per pensarci, anche se mi immaginavo una rovesciata sotto al sette. Invece a porta vuota (ride, n.d.r.). Negli stadi inglesi hai i tifosi a due centimetri e sono andato lì diretto. Avrei voluto abbracciarli, ma so che non è permesso. L’arbitro comunque mi ha ammonito: senza cuore (ride, n.d.r.)”.
È tornata la routine del calciatore, ora?
“Sì, mi fa arrabbiare il fatto che nella mia testa siano tornati anche pensieri negativi. Per esempio se non gioco mi arrabbio e mi dico: ‘Edoardo, un anno fa neanche sapevi se potevi tornare’.
Però la verità è che sono tornato al 100% e l’istinto ti porta a comportarti allo stesso modo. La maggior parte delle sensazioni sono positive, ma sono riemerse anche quelle negative”.
In cosa ti senti cresciuto?
“La gestione della partita, so dosare più le energie e i ritmi di gioco e della partita”.
Il documentario su di te?
“Sarà un racconto intimo del mio percorso interiore. Se ho dato il permesso alle telecamere di entrare nella mia vita privata è per far vedere le difficoltà che un ragazzo può vivere. Non voglio essere un modello, ma è solo un modo per ispirare le persone che vivono delle difficoltà e per dare la forza di guardare dentro se stessi e farsi aiutare”.
Viene trasmesso un video saluto del suo amico Cobolli.
“Non sa neanche quanto è stato importante per me. Il guadare lui conquistarsi i suoi sogni, lavorare. Mi ha dato la forza del dire ‘posso farlo anche io. Lui è entrato nella Roma prima di me. Poi sono arrivato anche io e abbiamo giocato insieme. Io giocavo sia a tennis che a calcio, lui lo stesso. Un giorno lo incontrai a un torneo di tennis e gli chiesi cosa ci facesse lì. Lui mi chiese lo stesso.
Era molto più forte di me a tennis. Ha lasciato il calcio per il tennis. Se ci si pensa è una scelta un po’ folle perché nel tennis hai meno probabilità di arrivare. Quando Bruno Conti ci chiamò per dirci che dovevamo decidere tra calcio e tennis, io scelsi il calcio, lui il tennis. Poi ci siamo ritrovati nel nostro percorso. Se Cobolli avesse continuato a giocare a calcio sarebbe arrivato in Serie B”.

